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	<title>burnout; psicoterapia milano: Archivi - Centro clinico psicologia</title>
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		<title>IL PESO DELLE ASPETTATIVE NEGLI ADOLESCENTI: QUANDO ANCHE I PIU&#8217; FORTI CROLLANO</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/peso-aspettative-adolescenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2026 07:10:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[aspettative]]></category>
		<category><![CDATA[burnout; psicoterapia milano:]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il peso delle aspettative negli adolescenti: quando anche i più forti crollano Una riflessione clinica su pressione, paura di deludere e fragilità identitaria nei ragazzi di oggi, tra genitori presenti, social e cultura della performance in collaborazione con Facilebimbi. &#160; La scena ha fatto il giro del mondo: un giovane atleta destinato all’oro, talento purissimo,&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/peso-aspettative-adolescenti/">IL PESO DELLE ASPETTATIVE NEGLI ADOLESCENTI: QUANDO ANCHE I PIU&#8217; FORTI CROLLANO</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="font-weight: 400;">Il peso delle aspettative negli adolescenti: quando anche i più forti crollano</h2>
<p><strong>Una riflessione clinica su pressione, paura di deludere e fragilità identitaria nei ragazzi di oggi, tra genitori presenti, social e cultura della performance in collaborazione con Facilebimbi.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;">La scena ha fatto il giro del mondo: un giovane atleta destinato all’oro, talento purissimo, simbolo di eccellenza, che crolla sotto gli occhi di milioni di spettatori. Errori uno dopo l’altro, incredulità, lacrime. Le mani tra i capelli del suo allenatore, o semplicemente di un padre.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questa non è solo una storia di olimpiadi e di eccellenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">È una fotografia potente di qualcosa che vediamo ogni giorno tra i nostri giovani pazienti del Centro Clinico,  nelle scuole, nelle famiglie: il peso delle aspettative che si trasforma in fragilità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dietro quella caduta non c’è solo una prestazione sbagliata. C’è il tema, profondamente contemporaneo, delle pressioni sociali e relazionali che gravano sugli adolescenti. Pressioni che non fanno rumore, ma scavano e spezzano.</p>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Il passaggio dalla spinta al peso</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Viviamo in un’epoca completamente nuova: siamo passati da una <strong>cultura del dovere</strong>, fatta di limiti, regole e segnata dal senso di colpa per ogni obiettivo mancato, a una <strong>cultura della prestazione</strong>. Oggi domina l’urgenza di riuscire, di emergere, di essere speciali, e il sentimento che la governa non è più il senso di colpa, ma la vergogna e la paura del fallimento.</p>
<p style="font-weight: 400;">Si è passati dal “non puoi”, al “devi riuscire”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo cambiamento ha effetti profondi.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’adolescente non si sente oppresso da regole esterne, ma da aspettative interiorizzate. Non teme tanto la punizione, quanto la delusione. Non quella astratta, ma quella concreta negli occhi di chi ama, in primis dei genitori. Non ha un senso di colpa, ma di vergogna e umiliazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per l’adolescente… ma se ci pensiamo bene noi adulti non siamo tanto diversi, quando l’asticella viene posta sempre troppo in alto, anche il successo rischia di non bastare mai.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’aspettativa non è più solo alta. È grandiosa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ed è proprio  in questo terreno fertile che si insinua un problema molto grosso: il successo, così come il fallimento, diventa identità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il valore personale finisce per coincidere con il risultato. Se vinco, <strong>sono vincente</strong>; se perdo, <strong>sono perdente</strong>. Quando l’errore diventa identitario si passa dall’<strong>aver fallito all’essere un fallito</strong>. E questo non è emotivamente tollerabile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che sia ben chiaro, il problema non è avere ambizioni: è giusto che un ragazzo nutra aspettative su di sé. La vera domanda è dove si trovi il confine tra un’alta aspettativa — segno di fiducia nelle proprie possibilità — e un’aspettativa grandiosa, irraggiungibile, narcisistica che contiene già in sé il seme del fallimento.</p>
<h2></h2>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Genitori che sostengono… o sostengono troppo?</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Il cambiamento sociale a cui stiamo assistendo ricade inevitabilmente  anche sulle dinamiche familiari e sugli stili genitoriali. Per esempio, nella famiglia tradizionale degli anni ’80, emotivamente più distante, molti padri non sapevano nemmeno quale scuola frequentasse il figlio e molte madri ignoravano dove trascorresse i pomeriggi: bastava che fosse a casa per cena, all’ora giusta. Oggi la situazione è diversa. I genitori sono presenti, (iper)coinvolti, attenti. Conoscono tutto del mondo dei loro figli: ascoltano la stessa musica, guardano le stesse serie TV. Grazie — o a causa — del registro elettronico, sanno com’è andata la verifica di storia ancora prima che il ragazzo rientri a casa con il voto. E con la geolocalizzazione sanno dove si trova durante la giornata, in ogni momento. Oggi, la relazione tra genitori e figli è molto intensa, carica di aspettative positive, investimenti, sogni condivisi. Il rischio però è la saturazione. Il troppo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando il figlio diventa il progetto più importante dei genitori, la libertà di fallire si riduce drasticamente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non perché qualcuno lo dica apertamente, ma perché il ragazzo lo percepisce. Interiorizza l’idea che sbagliare significhi incrinare qualcosa di molto più grande di una prova andata male. Significa deludere, mortificare, distorcere la propria immagine agli occhi degli altri. Lo sguardo mortificato del giovane pattinatore e quello disperato del padre di fronte alla sconfitta non sono poi così diversi da ciò che si vede alla consegna delle pagelle o alle partite di calcio dell’oratorio. Solo che, lì, non finisce sui giornali.</p>
<h2></h2>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Il terrore di deludere</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;"><strong> </strong>Quando ascolto gli adolescenti che si rivolgono al Centro Clinico parlare delle loro paure,  raramente citano parole come “la fatica” o “l’impegno”. La vera paura è quella di deludere. Deludere i genitori. Deludere se stessi. Deludere lo sguardo degli altri, amplificato da social e contesti iper-esposti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il risultato è una pressione interna continua. Non serve più qualcuno che spinga: la spinta è diventata interna. E quando la pressione è interna, è più difficile da riconoscere e da modulare.</p>
<p style="font-weight: 400;">È qui che nascono molti crolli improvvisi: non per debolezza, ma per saturazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le storie di cadute clamorose ci colpiscono perché rompono una narrazione rassicurante: quella del talento che basta a sé stesso. In realtà, più un ragazzo viene identificato con il suo successo, più diventa fragile… perché <strong>se vali perché riesci, cosa succede quando non riesci?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Molti adolescenti vivono dentro un’equazione implicita. E allora l’errore non è più un’esperienza, ma una minaccia identitaria. Non riguarda quello che è successo, ma chi sei.</p>
<p style="font-weight: 400;">In queste condizioni, anche i più preparati possono crollare. Non per mancanza di competenze, ma per eccesso di significato.</p>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Restituire spazio all’imperfezione</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Forse il compito più urgente per noi adulti, genitori, educatori non è spingere di più, ma alleggerire. Restituire ai ragazzi il diritto all’imperfezione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Significa cambiare sguardo: passare da una logica di risultato a una logica di esperienza. Significa aiutare i figli a separare il valore personale dalla performance. Significa dire, anche implicitamente: <strong>tu resti tu, anche quando sbagli. Sei amabile anche nell’errore. Il mio amore per te non è condizionato alla tua riuscita.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È un lavoro culturale prima ancora che educativo, che riguarda tutti, non solo il mondo dei giovani.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quello che dico sempre ai ragazzi infatti è che la cosa più difficile nella vita non è essere bravi; tutti possiamo essere bravi. La cosa più difficile è tollerare quando non lo siamo. Accettare il limite, comprenderlo e perché no, farci pace.</p>
<h2 style="font-weight: 400;"><strong>Una domanda per i genitori</strong></h2>
<p style="font-weight: 400;">Quando assistiamo a un crollo pubblico, siamo portati a chiederci cosa sia successo a quel ragazzo. Forse dovremmo iniziare a chiederci anche cosa succede intorno ai ragazzi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che spazio diamo all’errore?</p>
<p style="font-weight: 400;">Quanto pesa il nostro sguardo?</p>
<p style="font-weight: 400;">Quanto valore diamo alla riuscita rispetto alla presenza, all’avere rispetto all’essere?</p>
<p style="font-weight: 400;">Gli adolescenti non hanno bisogno di adulti perfetti. Hanno bisogno di adulti che reggano la loro imperfezione senza trasformarla in fallimento.</p>
<p style="font-weight: 400;">È lì che nasce la vera resilienza: non nell’assenza di pressione, ma nella presenza di relazioni che non crollano quando qualcosa va storto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/chi-siamo/elisa-buratti/"><em> Elisa Buratti</em></a></p>
<p>Psicologa Psicoterapeuta</p>
<p><a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/contatti/">Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti</a></p>
<p>In collaborazione con<a href="https://www.facilebimbi.it/it-it"> Facilebimbi</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/peso-aspettative-adolescenti/">IL PESO DELLE ASPETTATIVE NEGLI ADOLESCENTI: QUANDO ANCHE I PIU&#8217; FORTI CROLLANO</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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		<title>Drop-out sportivo: quando lo sport non diverte piu&#8217;</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/drop-out-sportivo-quando-lo-sport-non-diverte-piu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2020 15:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Adolescenti]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[burnout; psicoterapia milano:]]></category>
		<category><![CDATA[disagio giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia adolescenti Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>DROP-OUT SPORTIVO: QUANDO LO SPORT NON DIVERTE PIU&#8217; Con “drop-out sportivo” si intende il fenomeno di abbandono precoce della pratica sportiva. È trasversale a tutte le discipline, riguarda soprattutto i ragazzi tra i 13 e i 16 anni e si stima che in Italia colpisca circa il 30% dei ragazzi in questa fascia d’età. Tale&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/drop-out-sportivo-quando-lo-sport-non-diverte-piu/">Drop-out sportivo: quando lo sport non diverte piu&#8217;</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>DROP-OUT SPORTIVO: QUANDO LO SPORT NON DIVERTE PIU&#8217;</h3>
<p>Con “drop-out sportivo” si intende il fenomeno di <strong>abbandono precoce della pratica sportiva</strong>.</p>
<p>È trasversale a tutte le discipline, riguarda soprattutto i ragazzi tra i 13 e i 16 anni e si stima che in Italia colpisca <strong>circa il 30%</strong> dei ragazzi in questa fascia d’età.</p>
<p>Tale problema è stato ampiamente studiato e affrontato da psicologi dello sport e da addetti ai lavori, che ne hanno individuato le cause. La letteratura riporta come principali motivi di abbandono:</p>
<ul>
<li>Problemi di studio;</li>
<li>Tempo libero inesistente;</li>
<li>Allenamenti troppo duri;</li>
<li>Competizione eccessiva;</li>
<li>Problemi con gli allenatori;</li>
<li>Distanza dall’impianto sportivo;</li>
<li>Nascita di altri interesse extra-sportivi.</li>
</ul>
<p>Sebbene sia stato apparentemente facile scoprire le motivazioni del drop-out ed elaborare statistiche per studiare la portata del fenomeno, l’abbandono sportivo rimane un problema attuale, ancora di più in questo periodo di <strong>emergenza post COVID-19. </strong></p>
<p>Sono pochi gli autori che hanno provato a fornire delle possibili soluzioni, e sono ancora meno quelli che hanno proposto progetti di intervento concreti e vicini alla realtà delle Società Sportive per contrastarlo!</p>
<p>Mi ritrovo a interrogarmi su questo tema in qualità di psicologo, ma anche come atleta e dirigente di una Società sportiva che milita nel campionato di Serie A1 Nazionale (Waterpolo Milano Metanopoli).</p>
<p>In questi anni ho potuto vedere con i miei occhi quanti  compagni di squadra e quanti miei atleti abbandonavano lo sport afflitti dalle motivazioni precedentemente elencate.</p>
<p>Ho visto ragazzi di grande talento <strong>smettere di divertirsi</strong> e abbandonare la pallanuoto e suppongo che questo sia esperienza comune a tutti gli sport, siano essi individuali o di squadra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>COME COMBATTERE IL DROP-OUT SPORTIVO? IL RUOLO DEGLI ALLENATORI</h3>
<p>Credo che il concetto che vada approfondito per capire davvero il drop-out sportivo sia quello di “<strong>longevità dell’atleta</strong>”, che consiste nella cura e nell’attenzione che <strong>dirigenti, allenatori e genitori</strong> devono avere nell’accompagnare il ragazzo nello sviluppo sportivo, emotivo e fisico per renderlo il più longevo possibile.</p>
<p>Sono proprio queste tre figure a giocare un ruolo fondamentale nel proseguimento dell’attività sportiva degli atleti: non significa convincerli a non abbandonare lo sport, piuttosto significa creare tutte le condizioni necessarie affinché il terreno sia fertile per continuare!</p>
<p>È già dal 1982 che Martin parla di <a href="https://www.google.it/imgres?imgurl=x-raw-image%3A%2F%2F%2F064b6928c512d3e8f5031870c2c8d77d1f2b81a156ab0f05a73f190d634f64c6&amp;imgrefurl=https%3A%2F%2Fliguria.coni.it%2Fimages%2Fliguria%2FAbilit%25C3%25A0_motorie_e_capacit%25C3%25A0_coordinative.pdf&amp;tbnid=6NMSxShpSwaYeM&amp;vet=12ahUKEwi-novenP_rAhXRyqQKHVUZDncQMygBegUIARCdAQ..i&amp;docid=lEBq2d5OIJQBQM&amp;w=500&amp;h=1263&amp;q=martin%201982%20fasi%20sensibili&amp;ved=2ahUKEwi-novenP_rAhXRyqQKHVUZDncQMygBegUIARCdAQ"><strong>“fasi sensibili” dello sviluppo del bambino</strong></a>, ovvero quelle fasi in cui l’organismo del bambino è pronto ad apprendere in maniera più che brillante determinate capacità motorie-coordinative e capacità psicofisiche. Sebbene questa teoria sia insegnata ai tecnici di ogni Federazione, spesso e volentieri vediamo <strong>allenatori </strong>che non la tengono in considerazione quando hanno “in mano” gli atleti più piccoli. Gli allenatori <strong>devono essere competenti</strong> non solo nel conoscere le tattiche migliori per battere l’avversario, ma soprattutto nella gestione degli atleti!</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>COME COMBATTERE IL DROP-OUT SPORTIVO: IL RUOLO DEI GENITORI</h3>
<p>Gli stessi <strong>genitori</strong> spesso investono i propri figli di <strong>aspettative troppo forti</strong> da sostenere, ignorando che il talento va coltivato senza fretta.</p>
<p>A questo proposito sono utilissimi incontri informativi rivolti alle famiglie per spiegare loro che tipo di cultura dello sport ha la Società, su cosa lavorano gli allenatori e su quale sia il loro compito sportivo-educativo nei confronti dei ragazzi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>COME COMBATTERE IL DROP-OUT SPORTIVO: IL RUOLO DEI DIRIGENTI</h3>
<p>A tirare le fila di un lavoro così attento agli atleti ci devono necessariamente essere <strong>dirigenti</strong> illuminati, abili non solo a far andare avanti la Società Sportiva da un punto di vista organizzativo.</p>
<p>Se riescono a <strong>promuovere una cultura dello sport</strong> incentrata sulla cura anche psicologica dell’atleta, se riescono a <strong>selezionare solamente allenatori davvero competenti</strong> e se riescono ad <strong>informare i genitori</strong> degli sforzi fatti e da fare, avranno di sicuro anche un ritorno economico importante&#8230; Viste le condizioni nelle quali la maggior parte delle Società Sportive riversano, intervenire sull’abbandono sportivo può e deve divenire un valore aggiunto anche da quel punto di vista!</p>
<p>È solo con un lavoro così impostato che i ragazzi andranno avanti a divertirsi e a praticare l’attività sportiva che spesso iniziano per obbligo dei genitori. <strong>“Se faccio il giusto percorso la passione mi rimane!”</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <em>Marco Morelli</em></p>
<p>Psicologo e Dirigente sportivo Waterpolo Milano</p>
<p><a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/contatti/">Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/drop-out-sportivo-quando-lo-sport-non-diverte-piu/">Drop-out sportivo: quando lo sport non diverte piu&#8217;</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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