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	<title>psicoterapeuta Archivi - Centro clinico psicologia</title>
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		<title>SCUSI LA STRADA PER INNSBRUCK SENZA IL PEDAGGIO? &#8211; L’AVER CURA E&#8217; UNA COMPETENZA EDUCABILE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Nov 2024 18:37:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia adolescenti Milano]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SCUSI LA STRADA PER INNSBRUCK SENZA IL PEDAGGIO? &#8211; L’AVER CURA E&#8217; UNA COMPETENZA EDUCABILE Confine autostradale del Brennero verso l’Austria. Un precursore Terra! Terra! Rodrigo de Triana, è stato un marinaio spagnolo e più precisamente l&#8217;uomo che per primo avvistò le Americhe nel primo viaggio di Cristoforo Colombo. Il primo a vedere. In un&#8230;</p>
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<h2 class="p1"><span class="s1">SCUSI LA STRADA PER INNSBRUCK SENZA IL PEDAGGIO? &#8211; L’AVER CURA E&#8217; UNA COMPETENZA EDUCABILE</span></h2>
<h3><b>Confine autostradale del Brennero verso l’Austria. Un precursore</b></h3>
</div>
<p>Terra! Terra!</p>
<p>Rodrigo de Triana, è stato un marinaio spagnolo e più precisamente l&#8217;uomo che per primo avvistò le Americhe nel primo viaggio di Cristoforo Colombo.</p>
<p>Il primo a vedere. In un certo senso un precursore.</p>
<p>Un’ altra persona riuscì a vedere oltre, ma più vicino ai giorni nostri…</p>
<p>Confine autostradale del Brennero verso l’Austria. Pochi chilometri da Innsbruck. Al casello.</p>
<p>“Buongiorno, scusi la strada per arrivare ad Innsbruck senza pedaggio? Per evitare di pagare il bollino autostradale giusto per una volta”.</p>
<p>“Arrifederci” proferisce il casellante guardando dritto davanti a sé, puntando lo sguardo verso il nulla.</p>
<p>Non ho bisogno di girarmi, so che non c’è coda nè fretta.</p>
<p>Ingenuo e gentile, immagino che non abbia capito. Ci riprovo:“Scusi per non sbagliare, dove devo andare per…”</p>
<p>“Arrifederci” &#8211; ripete tra l’ inquietante e l’irritante.</p>
<p>Potevo fermarmi lì, ma lo spiazzamento e l’irritazione mi portano a fare un terzo tentativo. Ero disorientato. Ciò che stava accadendo non poteva essere vero.</p>
<p>“Scusi le sto semplicemente chiedendo…”</p>
<p>Non risponde neanche. Continua a fissare il nulla. Forse non sta bene. Anzi di sicuro.</p>
<p>Riparto combattuto tra la voglia di restituirgli in qualche modo la cortesia e l’inquietudine di aver incontrato qualcuno veramente fuori.</p>
<p>Sarà stato il 1995 circa. Un precursore. Un inconsapevole innovatore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>Oggi</h3>
<p><b>Negozi</b></p>
<p>Uno qualsiasi, cambiano i negozi, ma la scena si ripresenta con deprimente frequenza.</p>
<p>In uscita: “Grazie arrivederci” &#8211; io rivolto ai commessi.</p>
<p>“Arrivederci” &#8211; la mia compagna anch’essa verso di loro.</p>
<p>Nessuna risposta.</p>
<p>Altra location. Identica salvo per un dettaglio.</p>
<p>“Grazie arrivederci” &#8211; sempre io ai commessi.</p>
<p>Nessuna risposta.</p>
<p>“Arrivederci”. Sempre la mia compagna, ma questa volta rivolta a me. Come se fosse la commessa.</p>
<p>&#8220;Almeno qualcuno ti saluta!&#8221;.</p>
<p>Dopo un po’ di volte è diventato un rito.</p>
<p>Si esce.</p>
<p>Io ringrazio.</p>
<p>Lei contraccambia.</p>
<p>Conoscendola prima o poi introdurrà qualcosa tipo: Torni a trovarci!</p>
<p>Fa sorridere. Ma non molto in fondo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Telefonata</b></p>
<p>Sono impegnato. Mi telefona la figlia di un parente che non sento da tempo. Appena possibile richiamo. La saluto curioso e cordiale&#8230;</p>
<p>2, massimo 3 sono i secondi di silenzio dall&#8217;altra parte. Mi riattacca. Senza una parola&#8230;</p>
<p>Guardo il cellulare per conferma. Boh&#8230; Mi ha proprio riattaccato. Cosa le direbbe un adolescente? Zia, ma ce la fai?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>App di incontri</b></p>
<p>Tempo 0: si concorda l’appuntamento.</p>
<p>Tempo 0 + qualche ora: si finisce a letto con grandi entusiasmi e convinte dichiarazioni di intenti.</p>
<p>24 ore dopo: il bloccato resta lì con sguardo vuoto a fissare l’icona grigia di whatsapp; il bloccante sparisce indifferente come se nulla fosse. In fondo senza neanche un Arrifederci.</p>
<p>Cosa sta accadendo alle comunicazioni? Alle interazioni? Già a partire da quelle piccole e banali?</p>
<p>Zio ma ce la fai??? direbbe un adolescente.</p>
<p>Una pazientina invece mi spiegò: “<i>Certo tra compagni ci chiamiamo, ci chiediamo qualcosa ad esempio i compiti, poi si riattacca senza dire niente. Semplicemente butti giù”.</i></p>
<p>Io ero senza parole.</p>
<p>Lei per fortuna un quarto di sorrisino ce l’aveva. Evidentemente per un quarto capiva l’assurdità. Gli altri tre quarti sono inquietanti o avvilenti. Poi è sparita. Anche lei, senza neanche un Arrifederci.</p>
<p>Non sono tutti così. Ci sono anche quelli molto carini, rispettosi, gentili. Meglio definirli socialmente competenti.</p>
<p>O banalmente “ben educati” (Nonna, 1982, pg. di vita).</p>
<p>Forse nella società dei contatti e delle connessioni sopravvive quel <strong>naturale bisogno di distanza</strong> e il senso del <strong>troppo addosso</strong>.</p>
<p>Quel bisogno di camminare da soli in montagna, che una volta soddisfatto porta a salutare con sincero piacere l’altro viandante che di tanto in tanto procede in direzione contraria.</p>
<p>Forse il senso del &#8211;<em>non si è mai abbastanza connessi</em>&#8211; come cercano di farci sentire social media, app e loro founders non ha soffocato del tutto il senso del troppo connessi, troppo esposti, troppo tutto.</p>
<p>Se così fosse, resta l’avvilente, ma almeno ci sarebbero una logica ed una legittimità in queste drastiche ‘stroncature’.</p>
<p>Peccato rischi di scomparire la banale buona educazione della nonna.</p>
<p>Quel senso di cura, rispetto e delicatezza.</p>
<p>Strumenti relazionali.</p>
<p>Competenze emotive e cognitive.</p>
<p>Competenze, non tratti superflui.</p>
<p>Non va dimenticato, le competenze hanno valore e producono valore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>Competenza è valore</b></h3>
<p>Un’alta dirigente in vista di una possibile superpromozione era stata inviata a fare un “percorso” per rivedere le proprie soft skills relazionali e renderla più adeguata al nuovo possibile scenario di lavoro. <em>Brava, ma troppo aggressiva e impulsiva</em> le dicono gli invianti dai piani alti.</p>
<p>È arrivata da me e già dava da pensare come inviava mail e messaggi per concordare l’appuntamento: per il contenuto, per la forma e per le <em>non</em> risposte.</p>
<p>La totale assenza del banale<em> buongiorno</em>, il banale <em>grazie</em> e <em>buona serata.</em></p>
<p>Dettagli sì, ma che come tutti, i fanno la differenza.</p>
<p>Indubbiamente tante responsabilità, molte riunioni e scelte da prendere freneticamente e per tutto il giorno vista la posizione nell’organigramma attuale e potenziale.</p>
<p>Però, a dirla tutta, da brava manager si allenava 3-4 volte a settimana e poi sempre da brava manager faceva gare e maratone.</p>
<p>Il tempo per quello c’era. E a proposito di tempo&#8230; 1-2 secondi massimo&#8230; Non è il tempo sotto il quale ci si gioca il podio in una competizione sportiva, ma quello necessario per aggiungere in una mail un <em>Buongiorno</em>, un <em>Mi scusi non le ho più risposto</em> o un <em>Grazie anche a lei</em>.</p>
<p>Migliaia di euro di percorsi formativi.</p>
<p>Ragionamenti.</p>
<p>Mappe concettuali.</p>
<p>Strategie comunicative.</p>
<p>Certamente anche molte slides.</p>
<p>Ma le competenze relazionali e sociali?</p>
<p>La cura ed il rispetto?</p>
<p>Forse sarebbe stato sufficiente quello che faceva l’anziana terapeuta con un progetto educativo precoce ed individualizzato.</p>
<p>Un lavoro realizzato attraverso reiterati e focalizzati interventi cognitivo-comportamentali nell’<i>hic-et-nunc</i>.</p>
<p>Tipo? Dì grazie al gelataio. Chiedi scusa. Alzati e lascia sedere la signora incinta.</p>
<p>Grazie nonni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/chi-siamo/marco-caltanissetta/">Marco Caltanissetta</a></p>
<p>Psicologo Psicoterapeuta</p>
<p><a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/contatti/">Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sentinelle e angeli custodi. Il supporto psicologico ha molteplici forme</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/sentinelle-e-angeli-custodi-il-supporto-psicologico-ha-molteplici-forme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Sep 2024 13:28:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sentinelle e angeli custodi. Il supporto psicologico ha molteplici forme Michele Ciao Dottoressa, il mio amico mi ha detto che non riesce a dire una cosa al suo psicoterapeuta. Allora ho pensato che avrei potuto dirla a te, e tu riferirla al tuo collega dato che lavorate insieme. Il mio amico l&#8217;ha trovata una buona idea,&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"><b>Sentinelle e angeli custodi. Il supporto psicologico ha molteplici forme</b></h2>
<p><strong>Michele</strong></p>
<p><i>Ciao Dottoressa, il mio amico mi ha detto che non riesce a dire una cosa al suo psicoterapeuta. </i></p>
<p><i>Allora ho pensato che avrei potuto dirla a te, e tu riferirla al tuo collega dato che lavorate insieme. Il mio amico l&#8217;ha trovata una buona idea, giusto per sbloccare la situazione&#8230; Quindi, puoi anticiparglielo tu, così poi in seduta affronteranno insieme la cosa?</i></p>
<p><strong>Sara</strong></p>
<p><i>Sono preoccupata per i miei genitori che non vanno d’accordo; litigano sempre, non riescono a comunicare, non si capiscono, non si ascoltano.  </i></p>
<p><i>Stavo pensando di regalare loro una seduta con uno psicoterapeuta… credo li possa aiutare&#8230; da soli non riescono a fare il passo di chiedere aiuto, ma io so&#8217; come funziona la terapia, quanto mi è utile e penso che anche a loro farebbe bene.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>LE SENTINELLE</strong></h3>
<p>Come l’etimologa del termine ricorda, le sentinelle, sono <strong>lì a sentire, ad ascoltare, </strong><strong>come angeli custodi inviati a fare la guardia</strong>  “di luoghi o cose di alta importanza spirituale o materiale” (Enciclopedia Italiana 1936).</p>
<p>Michele e Sara, sono sentinelle.</p>
<p>Attenti alla situazione dell&#8217;amico e dei genitori, se ne prendono cura, coinvolgendosi per non lasciarli soli e attivandosi per cercare un aiuto.</p>
<p>In alcuni Stati, le sentinelle, sono diventate <strong>un’istituzione sociale che contrasta la solitudine delle persone e consente l’intervento nelle situazioni di maggior difficoltà.</strong> In molti casi sono volontari. Me lo spiegavano i colleghi canadesi di Montreal. Le sentinelle si occupano di chi talvolta può essere molto o anzi troppo triste. Intervengono sia direttamente, sia attivando altre persone o Servizi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>I CUSTODI SOCIALI</strong></h3>
<p>La forma più istituzionalizzata e professionalizzata delle sentinelle prende il nome di <strong>Custodi Sociali.</strong> Li troviamo da questa parte dell’oceano. Nascono dalla collaborazione tra <a href="https://www.comune.milano.it/">Comune di Milano</a> e Cooperative. Ne ho scoperto il lavoro e il valore grazie alla mia esperienza di supervisore clinico al loro gruppo di lavoro.</p>
<p>I custodi sociali visitano, accompagnano, affiancano persone sole.  Si occupano di quei &#8220;vicini di casa&#8221; facilmente dimenticabili, invisibili a chi non si sofferma. I custodi li raggiungono. Portano loro ciò di cui hanno bisogno o li accompagnano dove da soli non riuscirebbero ad arrivare.I custodi sociali sono professionisti.</p>
<p>Cambia il cappello, ma obiettivi e dedizione sono i medesimi delle sentinelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>SENTINELLE E CUSTODI SOCIALI</h3>
<p>Sentinelle e custodi sono lì. <strong>Attivi seppur spesso nella nella penombra. </strong>Sorvegliano. Ascoltano. Passeggiano. O stanno fermi.</p>
<p>In ogni caso <strong>pensano a ciò che notano e sentono. </strong></p>
<p>Indugiano sulle persone e sulle loro parole e ancora di più, sui loro silenzi. Si attardano. Si inseriscono nella tregua tra il non esserci e il fare.</p>
<p>Così facendo <strong>riconoscono e proteggono il valore degli ‘oggetti-persone’ su cui si attardano e che curano nel tempo.</strong></p>
<p><strong>Non li ritengono perdibili o </strong><i><strong>ghostabili</strong></i> come su Tinder.</p>
<p>“L’indugiare, d’altro canto, presuppone cose che durano; se le cose vengono solo usate e consumate, ecco che indugiare diventa impossibile” (Byng-Chul Han, <a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;source=web&amp;rct=j&amp;opi=89978449&amp;url=https://www.amazon.it/scomparsa-dei-riti-topologia-presente/dp/8874528833&amp;ved=2ahUKEwil6tq74uqIAxUKh_0HHQMkNTQQFnoECDYQAQ&amp;usg=AOvVaw1bnvxlTm90ZyH5KHRvW0JV">La Scomparsa dei riti</a>).</p>
<p>Sentinelle, custodi, amici o familiari che indugiano su chi hanno accanto dedicandogli parte del proprio tempo e del proprio pensiero. Lo dedicano ad un amico, ad un familiare o a un, fino ad allora, estraneo.</p>
<p><strong>Poi spunta loro un’idea. O colgono un segno e ne fanno qualcosa.</strong> La condividono con il soggetto stesso o con qualcun altro. <strong>Danno una mano o cercano di attivare </strong>qualcuno.</p>
<p><strong>Tutti quanti di tanto in tanto si può indossare tali abiti e funzioni.</strong></p>
<p><em>Ciao Dottore, sono Giada e mi ha convinto la mia amica a chiedere aiuto…</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/chi-siamo/marco-caltanissetta/">M<em>arco Caltanissetta </em></a></p>
<p>Psicologo Psicoterapeuta</p>
<p><a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/contatti/">Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/sentinelle-e-angeli-custodi-il-supporto-psicologico-ha-molteplici-forme/">Sentinelle e angeli custodi. Il supporto psicologico ha molteplici forme</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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		<title>QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/quando-il-bambino-non-arriva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2023 10:26:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[childfree]]></category>
		<category><![CDATA[childless]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA Sentiamo sempre più spesso parlare di childfree e childless (perché a noi italiani gli inglesismi piacciono tanto) per definire quelle persone che non hanno figli, chi per scelta, chi perché non ha potuto averne. Quale sia la motivazione non importa, è importante però parlarne, dare voce ai vissuti e ai&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/quando-il-bambino-non-arriva/">QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA</h3>
<p>Sentiamo sempre più spesso parlare di<a href="https://www.google.com/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=&amp;esrc=s&amp;source=web&amp;cd=&amp;cad=rja&amp;uact=8&amp;ved=2ahUKEwj0ksXl7M-BAxWG87sIHfgWC3gQFnoECBoQAQ&amp;url=https%3A%2F%2Fit.wikipedia.org%2Fwiki%2FChildfree&amp;usg=AOvVaw073Vf7QdmnB8tVWMp7SKtI&amp;opi=89978449"> childfree</a> e childless (perché a noi italiani gli inglesismi piacciono tanto) per definire quelle persone che non hanno figli, chi per scelta, chi perché non ha potuto averne.</p>
<p>Quale sia la motivazione non importa, è importante però parlarne, dare voce ai vissuti e ai pensieri che accompagnano una dimensione di vita così delicata e complicata.</p>
<p>Ci sono donne che si sono sentite libere di non essere madri, che nella vita volevano altro e altro hanno perseguito.</p>
<p>Donne che hanno sofferto il peso della scelta, affossate dai giudizi di chi dall’alto le ha etichettate egoiste e immature… e ne hanno sentiti così tanti di quei commenti, che per un po’ ci hanno pure creduto.</p>
<p>Donne che un bambino lo avrebbero tanto voluto, ma non è arrivato e sono sprofondate in quello stesso buco nero che sentivano dentro la pancia. Ed è proprio a queste ultime a cui oggi vorrei dar spazio. Il mio scritto nasce dalla voce di chi deve fare i conti con quel bambino che non arriva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>LA SCOPERTA DEL DESIDERIO</strong></h3>
<p>Quel bambino, che fino a poco fa non trovava spazio nella nostra vita, oggi inizia a farsi largo delicatamente tra un pensiero e l’altro.</p>
<p>Iniziamo anche a comportarci e a pensare in modo nuovo, strano. I bimbi piangenti al tavolo del ristornate che fino a qualche tempo fa ci infastidivano, oggi sono diventati miracolosamente teneri.</p>
<p>Meglio di un radar,  riusciamo a intercettare decine di carrozzine nel raggio di pochi metri, come se tutte le donne della città avessero partorito nello stesso istante. Anche le nostre amiche improvvisamente restano incinta. Ma la cosa più importante è che iniziamo a fantasticare su come sarebbe la nostra vita a tre e un velato sorriso si schiude tra le labbra, per la prima volta. La maternità, inizia a entrare nel mondo del possibile. Prende forma il desiderio.</p>
<p>Allo stesso tempo però sono tante le domande che affollano la testa: &#8220;riuscirò a organizzarmi con il lavoro?&#8221;, &#8220;Avrò ancora spazio per me?&#8221;,  &#8220;Sono pronta ad assumermi una responsabilità così grande?&#8221;; &#8220;E poi il pensiero più minaccioso e imperante&#8221;; “E se poi mi pento?”</p>
<p>Seppur senza alcuna risposta, decidiamo che è il momento di provarci affidandoci al caso, se accade… accade. L’unico modo per sconfiggere la paura, a volte, è solo non buttarsi. Come dico sempre ai miei pazienti, non possiamo aspettare di essere pronti, prima di fare qualcosa&#8230; io probabilmente starei ancora studiando il primo esame di psicologia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA… </strong></h3>
<p>E dopo aver brillantemente superato tanti pensieri e conflitti interni, il bambino non arriva.</p>
<p>In alcuni casi è un problema di infertilità, altre volte, semplicemente, è passato troppo tempo.</p>
<p>Scaraventate in un salto temporale, realizziamo improvvisamente che il corpo ha accusato lo scorrere degli anni molto più della nostra testa, che è rimasta ferma ai 25, con ancora tanta voglia di fare, vivere e progettare.</p>
<p>Improvvisamente realizziamo che di tempo ne è passato e che nel mentre la vita si è riempita di cose. Abbiamo risolto una miriade di problemi, trovato il partner giusto dopo una serie di tentativi fallimentari, realizzato sogni, desideri, siamo diventate più forti, ci sentiamo più capaci. È vero, quegli anni sono passati e ora li vediamo tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>DAL DESIDERIO ALL’ANGOSCIA DI MATERNITA’</strong></h3>
<p>Avere un bambino diventa un pensiero costante, soprattutto quando sembra non arrivare mai.</p>
<p>Molte donne ci provano con una forza straordinaria iniziando stremanti percorsi di fecondazione assistita, in cui tutto segue un rigido calendario e tutto viene pianificato intorno a questo: quando si fanno le analisi, quando si fanno le cure, quando si fa l’amore, quando si va in vacanza.</p>
<p>Il percorso è lungo, costellato da picchi di speranza e crolli di delusione. Perché la forza della donna e tutto l’amore del partner non sono sufficienti. Quel bimbo ancora non arriva.</p>
<p>Da qui la crisi diventa sempre più profonda: sentimenti di inadeguatezza, di vuoto e di incapacità si scatenano nella mente e nella pancia della donna, come se restare incinta fosse la prova di chissà quale talento o valore. “Perché tutte riescono e io no?”, “Perché quello che per tutti è facile e naturale per me è cosi complicato?” e ne potrei scrivere altre mille di queste frasi pronunciate da donne incredule e confuse.</p>
<p>Ed ecco come il vissuto legato alla maternità si trasforma, non stiamo più parlando del desiderio di diventare mamme, ma dell’angoscia di non esserlo.</p>
<p>Ogni piccola cosa è un granello di sale sulla ferita, le amiche incinta, le carrozzine per strada, i bambini chiassosi all’uscita dell’asilo.</p>
<p>Si rimugina su una vita che poteva essere, ma non sarà. E ci si sente sole. Anche dentro la coppia.</p>
<p>In queste situazioni, è possibile, tuttavia  recuperare il  senso della propria  identità attraverso un lavoro personale sul proprio sé e, quando necessario, affrontare un percorso di <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/psicoterapia-individuale/">psicoterapia</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>QUANDO IL VUOTO SI TRASFORMA IN SPAZIO</h3>
<p>Credo che il passaggio più complesso per una donna quando il bimbo non arriva, sia ampliare il concetto di generatività aprendosi a forme che vanno al di là dell’avere figli. Non si tratta di un banale piano B, ma di qualcosa di molto più complesso e ricco.</p>
<p>La radice greca di generare -gignomai- significa essere, far essere, far accadere. Quella capacità tipicamente umana di dare alla luce, di attuare un processo creativo, di contribuire attivamente nel far germogliare qualcosa di buono e di prendersene cura. Un concetto dunque che va molto oltre la sfera del biologico.</p>
<p>È un insegnante che genera nei ragazzi l’attitudine a pensare e a pensarsi per creare una società  virtuosa, una manager che genera nei suoi collaboratori le competenze per diventare migliori di lei, una negoziante che genera benessere coinvolgendo i colleghi nella raccolta di beni per i più bisognosi, una sopravvissuta che genera speranza unendo i puntini della propria vita nella scrittura di un romanzo. E allora capiamo come la generatività è in primis un movimento evolutivo dentro noi stesse. È il generare noi stesse generando.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/chi-siamo/elisa-buratti/"><em>Elisa Buratti</em></a></p>
<p>Psicologa Psicoterapeuta</p>
<p><a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/contatti/">Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/quando-il-bambino-non-arriva/">QUANDO IL BAMBINO NON ARRIVA</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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		<title>Riscoprirsi autentici ai tempi del Covid-19</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/riscoprirsi-autentici-ai-tempi-del-covid-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Mar 2020 09:20:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>RISCOPRIRSI AUTENTICI AI TEMPI DEL COVID-19 Una cara amica e collega mi scrive un messaggio whatsapp descrivendomi la sua mattinata alle prese con la complicata routine quotidiana che tutti stiamo vivendo. Il suo messaggio prosegue con un invito: &#8220;Scriviamo un articolo sulla psicoterapia e il CODVID-19?&#8221; Rifletto. L&#8217;idea mi piace. Rifletto nuovamente e penso: &#8220;Cosa&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>RISCOPRIRSI AUTENTICI AI TEMPI DEL COVID-19</h3>
<p>Una cara amica e collega mi scrive un messaggio whatsapp descrivendomi la sua mattinata alle prese con la complicata routine quotidiana che tutti stiamo vivendo. Il suo messaggio prosegue con un invito:</p>
<p>&#8220;Scriviamo un articolo sulla psicoterapia e il <a href="http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus">CODVID-19</a>?&#8221;</p>
<p>Rifletto. L&#8217;idea mi piace.</p>
<p>Rifletto nuovamente e penso: &#8220;Cosa possiamo scrivere in questo momento dove anche noi professionisti della salute mentale, siamo messi alla prova? Cosa possiamo comunicare alle persone di positivo, di incoraggiante?&#8221;</p>
<p>Parlare di noi stessi equivale a parlare degli altri, in quanto, mai come in questo momento siamo tutti realmente sulla stessa barca, la barca Italia che desidera ardentemente remare per uscire da questa forte, dolorosa e complicata tempesta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LE NOSTRE PAURE SONO LE PAURE DEGLI ALTRI</h3>
<p>Ebbene si, anche gli psicologi provano e sentono la paura! Facciamo questo <em>coming out</em>!</p>
<p>Paura del tempo da gestire, da far scorrere. Paura nel tollerare l&#8217;incertezza del domani e di ciò che sarà.</p>
<p>Paura per i pazienti che accogliamo nei nostri studi e che in questo momento possiamo solo accogliere attraverso le video chiamate, dove possibile.</p>
<p>Mai come in questo momento possiamo parlare di <strong>empatia,</strong>parola spesso di cui si abusa in modo poco corretto.</p>
<p>In questi giorni, ai tempi del CODVID-19, l’empatia è il sentimento che può unire più che mai in un caldo abbraccio simbolico nell&#8217;attesa degli abbracci reali e sinceri che potremo scambiare una volta terminata questa tempesta.</p>
<p><strong>Apriamoci </strong>nel comunicare le nostre paure, le nostre incertezze.</p>
<p><strong>Condividiamo </strong>questi momenti di reclusione e di lacrime che viviamo dentro di noi.</p>
<p>Questo maledetto virus ci sta dando un&#8217;<strong>opportunità</strong> unica e rara.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>NELLA CRISI IL CAMBIAMENTO</h3>
<p>Cambiare noi stessi nella <strong>relazione</strong> con l&#8217;altro. Aprirsi ad essere semplicemente quello che siamo nell&#8217;intimità con l&#8217;altro, senza sovrastrutture.</p>
<p>Mostrare finalmente i nostri sentimenti e paure più autentici che sono, mai come in questo momento, così vicini e simili in ognuno di noi.</p>
<p>Questa è la sfida che possiamo cogliere e proporre anche ai nostri pazienti all&#8217;interno di questo tempo sospeso.</p>
<p>Abitare la paura significa non negarla, prenderne consapevolezza, comprendere quanto impatta su di noi.</p>
<p>Ci permette soprattutto di chiedere <strong>aiuto,</strong>ai nostri famigliari, partner, amici e confratelli italiani. Confratelli mai così fratelli come in questo momento.</p>
<p><strong>Con-dividere</strong> significa percepire meno angoscia dentro di noi.</p>
<p>Probabilmente solo in questo modo riusciremo a trovare il<strong> coraggio</strong> di superare giorno dopo giorno questa difficile messa alla prova che stiamo vivendo.</p>
<p>Impareremo qualcosa di così prezioso e unico per noi stessi e per gli altri che non ci abbandonerà mai più.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <em>Matteo Sioli</em></p>
<p>Psicologo Psicoterapeuta</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stress: la pienezza del vuoto</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/stress-la-pienezza-del-vuoto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 10:51:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Stress lavorativo]]></category>
		<category><![CDATA[basta stress]]></category>
		<category><![CDATA[paura della noia]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapia Milano]]></category>
		<category><![CDATA[senso di vuoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stress, stress e ancora stress. Sembra impossibile potersi fermare. È paradossale quanto sia più facile riempirci la giornata di impegni, incastrare ogni attività, piuttosto che fermarci e riposare. Fermarci ed  eventualmente anche annoiarci. Siamo ormai diventati abilissimi a non lasciare nessuna casella vuota nell’agenda. Possiamo fare tutto. Arrivare ovunque. Sopportare ogni stress. &#160; PERCHE’ TUTTO QUESTO&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Stress, stress e ancora stress.</p>
<p>Sembra impossibile potersi fermare.</p>
<p>È paradossale quanto sia più facile riempirci la giornata di impegni, incastrare ogni attività, piuttosto che fermarci e riposare.</p>
<p>Fermarci ed  eventualmente anche annoiarci.</p>
<p>Siamo ormai diventati abilissimi a non lasciare nessuna casella vuota nell’agenda. Possiamo fare tutto. Arrivare ovunque. Sopportare ogni stress.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>PERCHE’ TUTTO QUESTO STRESS?</h3>
<p>Per prima cosa bisogna ammettere che viviamo in una società dove tutto è troppo veloce. Dove <strong>non esiste il valore del tempo</strong> o la <strong>concezione del tempo come valore. </strong></p>
<p>Mi viene in mente la soddisfazione di una giovane donna dalla carriera brillante e dalla vita piena di stress e impegni, quando mi raccontò, con aria sollevata, che finalmente anche il supermercato sotto casa sua sarebbe rimasto aperto 24 ore su 24.</p>
<p>Una vera grazia!</p>
<p>Basta frigorifero vuoto! Avrebbe potuto fare la spesa in ogni momento, dalla mattina alle 7 prima di andare a lavoro, fino alla sera, dopo le 22 al suo rientro.</p>
<p>O ancora, quante volte, in <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/psicoterapia-individuale/">psicoterapia</a>, ascolto persone lamentarsi della domenica, considerata paradossalmente, la giornata più faticosa della settimana proprio perché manca di ritmo, di doveri, di cose che vanno fatte per forza.</p>
<p>Una domenica, dunque, che ci mette in contatto con la fatica del fermarsi o anche solo del rallentare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>COSA IMPEDISCE DI FERMARCI?</strong></h3>
<p>Rispondere a questa domanda è difficile perché le spiegazioni sono diverse.</p>
<p>Molte volte, non possiamo fermarci perché <strong>ci sentiamo </strong><strong>sovrastati</strong> da cose da fare e non riusciamo a mettere una priorità: <strong>Tutto </strong>diventa una cosa da fare <strong>subito</strong>.</p>
<p>Altre volte, mossi da un insano senso del dovere misto a una tendenza al sacrificio <strong>Tutto</strong> diventa una cosa che <strong>solo noi</strong> <strong>possiamo fare</strong>.</p>
<p>Ma è proprio cosi?</p>
<p>O forse la domanda da porsi è: <strong>quanto ci costa il “non fare”</strong>?</p>
<p>Sembra paradossale, ma per <em>non fare</em> ci vuole un grosso impegno, una forte motivazione.</p>
<p>Bisogna concederselo.</p>
<p>Dobbiamo legittimarcelo.</p>
<p>E soprattutto… dobbiamo sconfiggere il senso di colpa legato al piacere. Quella fastidiosa sensazione scaturita dal fatto che invece di fare qualcosa di utile, “buttiamo via il tempo” … godendoci un po’ di relax… il <strong>dolce far nulla</strong>. Che se non c&#8217;è&#8217; stress è perchè non stiamo facendo abbastanza.</p>
<p>Infatti, se provassimo a riflettere davvero su tutte le cose che facciamo, ci renderemmo conto che, molte di queste, potrebbero essere evitate o comunque ridotte e delegate.</p>
<p>Potremmo dunque arrivare a capire, che in fin dei conti, ciò che impedisce di fermarci è il <strong>disagio</strong> nel<strong> trovarsi senza niente da fare</strong>, <strong>di fronte a un vuoto</strong>, alla <strong>solitudine dell’esserci</strong>.</p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>LA PAURA DEL VUOTO</strong></h3>
<p>Per questa ragione dobbiamo sempre avere le mani in pasta. Prendiamo per esempio la domenica.</p>
<p>Chi “usa” la domenica per le pulizie di fino: “<em>Ho pulito le fughe del pavimento… <strong>vanno fatte</strong>!</em>”.</p>
<p>Chi va a vedere una mostra senza alcun interesse “<em>Odio l’arte contemporanea, ma la domenica <strong>non posso stare sul divano</strong></em>”.</p>
<p>Chi passa la giornata a mangiare: “<em>Ho fatto fuori biscotti, patatine… mi sento in colpa, ma <strong>mi annoiavo</strong></em>”.</p>
<p>Chi si porta avanti col lavoro “<em>La domenica <strong>posso lavorare tranquillo</strong> senza i colleghi</em>”.</p>
<p>Chi fa i compiti con i figli “<strong><em>Dovevo</em></strong><em> ascoltare la lezione di mio figlio perché domani <strong>siamo interrogati</strong> in latino.. non capivo nulla, io non ho mai fatto latino ”.</em></p>
<p>Insomma, che sia per senso del dovere, senso di colpa, senso di onnipotenza, sacrificio e stoicismo o per un pilota automatico che non si riesce a disinnescare, si è perso il valore del fermarsi e lasciare uno spazio vuoto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>LA PIENEZZA DEL VUOTO</strong></h3>
<p>La cosa che più mi affascina della mia professione è che la psicologia è una scienza relativamente nuova, che attinge molti dei suoi concetti da discipline antiche.</p>
<p>Il <em>vuoto</em>, per esempio, è un concetto largamente esplorato dalla fisica e dalla filosofia.</p>
<p>Aristotele parlava di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Horror_vacui"><em>horror vacui</em>,</a> proprio per definire questo concetto: <u>“<em>natura abhorret a vocuo”</em></u> la natura rifugge il vuoto, perciò lo riempie costantemente. Ogni gas o liquido tenta di riempire lo spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote.</p>
<p>Ecco qui! Noi facciamo la stessa cosa. Tentiamo di occupare tutto. Non lasciare spazi vuoti, perché anche noi <strong>rifuggiamo il vuoto.</strong> Lo temiamo.</p>
<p>Sant’Agostino non era da meno, nelle <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Confessioni"><em>Confessioni</em>,</a> spiega il vuoto come un’entità tangibile che rappresentava uno stato senza Dio. Identificato con il diavolo, il nulla costituiva la forma più estrema del peccato e del male.</p>
<p>Tra tutti, quello che più da’ uno sguardo di speranza è <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Leucippo">Leucippo</a>, che nel 500 a.C, aveva dato una lettura molto più simile a quella psicologica che vi propongo: <strong>il vuoto è necessario per permettere i cambiamenti e i movimenti.</strong></p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3>BASTA STRESS</h3>
<p>Forse il punto è proprio questo. È il costruire uno spazio vuoto che ci permetta di entrare realmente in contatto con noi stessi, coi nostri bisogni reali e coi nostri desideri.</p>
<p>E’ quando non si ha niente da fare che ci si può concedere semplicemente di esserci, per ciò che siamo.</p>
<p>E magari potremmo accorgerci che, anche senza tutto il nostro fare, le cose vanno avanti.</p>
<p>Che le persone che ci stanno accanto continueranno a stimarci e volerci bene anche se non facciamo qualcosa per loro.</p>
<p>Che il nostro non fare, il nostro silenzio <u>può essere</u> molto più pieno e arricchente di tutte le attività.</p>
<p>Che è il vuoto a permetterci di cambiare introducendo nella vita ciò di cui realmente abbiamo bisogno. Quello che davvero desideriamo.</p>
<p>Se tutto è pieno e occupato, non c’è spazio. E senza spazio si è incastrati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/chi-siamo/elisa-buratti/"><em>Elisa Buratti</em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La psicoterapia non serve!</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/questa-psicoterapia-non-mi-serve/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 16:32:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La psicoterapia non serve”, “E’ tutto inutile”, “Nulla cambia… nessuno può mi può capire”. Qual è il rimedio per trasformare una psicoterapia apparentemente inutile in un percorso efficace e soddisfacente per la persona… e per il terapeuta? &#160; LA POZZANGHERA Toh guarda, una pozzanghera! Il primo, con piccolo slancio la evita felice. Un altro, bassettino,&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>“La psicoterapia non serve</em>”, “<em>E’ tutto inutile</em>”, “<em>Nulla cambia… nessuno può mi può capire”.</em></p>
<p>Qual è il rimedio per trasformare una psicoterapia apparentemente inutile in un percorso efficace e soddisfacente per la persona… e per il terapeuta?</p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LA POZZANGHERA</h3>
<p><em>Toh guarda, una pozzanghera! </em></p>
<p>Il primo, con piccolo slancio <strong>la evita felice</strong>.</p>
<p>Un altro, bassettino, prende la mira, accorcia la falcata e <strong>soddisfatto ci finisce in mezzo</strong>.</p>
<p>Il terzo distratto <strong>non se ne accorge</strong>. Tutto infangato va via brontolando.</p>
<p>Il punto è questo: <strong>se vedo la pozzanghera è una cosa. Se non la vedo è un’altra.</strong></p>
<p>L’adulto è colui che, probabilmente, allungherà il passo. Senza tanto ragionarci, l’averla vista, l’avrà già modificato.</p>
<p>Il bambino, forse, lo accorcerà per entrarci nel punto più profondo e con la corona di schizzi più ampia. Il bassettino esultante e soddisfatto.</p>
<p>Chi non la nota… si infanga.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LA PSICOTERAPIA MI SERVE!</h3>
<p>Consultazioni psicologiche e psicoterapie hanno spesso differenti durate e differenti obiettivi.</p>
<p>In alcuni casi si propongono di <strong>fare ordine</strong> in quel caotico e doloroso disagio che affligge la persona.</p>
<p>In altri casi l’interesse è <strong>individuare le cause all’origine del dolore</strong>.</p>
<p>Spesso si lavora su ambedue: riconoscimento delle cause e risoluzione della sofferenza.</p>
<p>Per altre persone invece il percorso psicologico è una <strong>pausa di serenità</strong>. Si lascia tutto fuori dalla stanza e si condividono idee, progetti e vissuti. Tutto resta prima della porta. Ci si ascolta e ci si racconta a quella persona chiamata psicoterapeuta.</p>
<p>Incuriosisce e spiazza accorgersi di come la psicoterapia sia sperimentata e ricordata con profonda gratitudine e soddisfazione! Come esperienza che ha dato una <strong>svolta</strong> alla vita. Come salto di qualità nell’affrontare e risolvere situazioni fino ad allora esasperanti, disperate e di incastro. E come occasione che ha fatto sbocciare competenze fino ad allora neanche lontanamente immaginabili.</p>
<p>O infine la terapia come un coccolarsi, un volersi bene, che, inaspettatamente, ha anche sortito effetti insperati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LA PSICOTERAPIA NON MI SERVE!</h3>
<p>Per altre persone purtroppo il bilancio invece è cupo o incandescente. <strong>Rabbie e delusioni</strong> celano sentimenti ancor più rimbombanti. Il danno è la <strong>perdita di speranza</strong> per se stessi e per il futuro che si vivrà. Si vive una <strong>solitudine</strong> sconsolata e disperata. Tutto ciò è poi verbalizzato con affermazioni note a tutti: “<em>tanto non serve a niente… nulla è cambiato… nessuno può fare qualcosa per me… dopo tanti psicologi non ci credo più…”</em></p>
<p>A questo punto diventa doveroso ricordare che, al di là delle specifiche finalità e tecniche, <strong>il lavoro psicologico è un processo di osservazione, conoscenza e comprensione di ciò che ci accade</strong>. È un notare e un ascoltare. Un seguire e un riflettere sugli <em>spifferi</em> che possiamo cogliere in noi.</p>
<p>Questa conoscenza produce cambiamenti. È sempre <strong>trasformativa</strong>.</p>
<h3></h3>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LA PSICOTERAPIA COME TRASFORMAZIONE. COSA FACCIO CON QUELLA POZZANGHERA?</h3>
<p><strong>Notare e soffermarsi su qualcosa e poi riconoscerne il significato è trasformativo</strong>.</p>
<p>Il senso che ciascuno dà alle cose narra di sé, ma non solo. Quel significato modifica come vediamo ciò che ci circonda e il nostro modo di vivere.</p>
<p>Tornando all’esempio della pozzanghera, vederla è diverso dal non vederla.</p>
<p><strong>Cogliere la realtà ci permette di fare delle scelte</strong> e veicola i nostri comportamenti: allungare il passo per schivare la pozzanghera o entrarci in pieno per giocare.</p>
<p>Chi resta infangato è chi la pozzanghera non la vede.</p>
<p>Si diceva quindi che il lavoro psicologico è sia un cammino sia un lavorare. È un processo di osservazione e raccolta di elementi. Seguito poi da un lavoro di connessione tra loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>STEP 1: NOTARE E RACCOGLIERE</h3>
<p>Notare e raccogliere <strong>ciò che si vive o si è vissuto</strong>.</p>
<p>Poi andrà condiviso, ma intanto va notato, acchiappato, e appuntato. È necessario individuare in modo preciso<strong> pensieri</strong>, <strong>emozioni</strong> e <strong>sensazioni fisiche</strong>. Questo lavoro di raccolta è svolto dal paziente tanto quanto dallo psicoterapeuta. <strong>Tutti e due cercano, notano… appuntano… e poi condividono. </strong></p>
<p>Ragionano insieme, ma prima come attenti archeologi archiviano, proteggono e catalogano questi documenti nell’attesa di connetterli tra loro. Li custodiscono e li curano per non confonderli l’un l’altro. È indispensabile impedire confusioni tra dati che seppur sembrino simili sono diversi. Perché se confusi porterebbero in una direzione piuttosto che in un’altra: “<em>Sono furioso o sono disperato? Sono ansioso o c’è di che preoccuparsi? Ho perso la fiducia o sono triste? Non capisco io o non mi è stato detto? Non riesco ora, non riesco mai o non è possibile farlo?”</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>STEP 2: CONNETTERE</h3>
<p>Successivamente si connettono i data raccolti. In questa seconda fase <strong>si ragiona</strong> su ciò che si è trovato e catalogato. <strong>Alcuni collegamenti o ragionamenti saranno più immediati e semplici. Altri più complessi o spiazzanti</strong>. Anche in questa seconda fase <strong>si lavora insieme</strong>: paziente e dottore. È un procedere a tratti allineato e a tratti leggermente sfasato in cui uno dei due fa strada. E l’altro è subito lì. Si procede e talvolta si torna indietro perché si capisce che la direzione corretta era un’altra. Niente di grave. Niente di strano.</p>
<p>Talvolta questo procedere porta rapidamente alla meta cercata. In altre situazioni ci si trova in posti inattesi ma sorprendentemente apprezzati. Sono le situazioni che rientrano nella prima casistica elencate poc’anzi. Le situazioni in cui l’esperienza della terapia ed il suo ricordo sono luminosi.</p>
<p>Per alcuni invece il lavoro psicologico porta a perdersi e ci si scopre a sentire e pensare quanto anticipato con le famose frasi: <em>“non è cambiato niente… a che serve… tempo e magari anche soldi buttati… ne ho sentiti tanti e ora ho perso la speranza…”.</em></p>
<p>È in queste situazioni che diventa indispensabile tornare a riflettere sulle due fasi precedenti: la fase della raccolta dei dati e quella della connessione tra loro.</p>
<p><strong>Cosa è stato notato e di cosa non ci si è accorti?</strong> Non è stato visto… o non è stato raccolto e archiviato? E tutti i reperti a disposizione sono stati anche condivisi? O qualcosa è rimasto non detto? E infine… come è stato collegato tutto ciò?</p>
<p>A prima vista possono sembra concetti scontati. O al contrario tutto può risultare troppo astratto. In realtà e per fortuna non è così.</p>
<h3></h3>
<h3></h3>
<h3></h3>
<h3>IL RIMEDIO ALLA TERAPIA INUTILE</h3>
<p>Nei casi in cui la terapia sembra inutile, è indispensabile, irrinunciabile, fermare tutto e riflettere su ciò che si è portato nello studio dello psicoterapeuta.</p>
<p>Al dottore è stato raccontato tutto? In modo chiaro? Per intero?</p>
<p>Raccontare e spiegare bene e con calma è un diritto. Ed è anche un dovere, ma non è ovvio, perchè <strong>non è semplice mettere a fuoco ciò che si prova</strong>. Tanto meno è <strong>raccontarlo</strong>.</p>
<p>Dall’ortopedico mi rendo conto di quanto possa essere complesso raccontare come è fatto quel male alla schiena che mi ha portato da lui. Se poi inizia a chiedere quando si presenta o, peggio ancora, che tipo di dolore è … non ne parliamo!</p>
<p>Allo stesso modo, ci possiamo render conto di quanto sia difficile descrivere ciò che proviamo. Quali termini meglio di altri descrivono ciò che ci passa dentro. Lì ci rendiamo conto che descrivere e raccontare sensazioni, vissuti e pensieri è altrettanto difficile… o forse più ancora!</p>
<p>Ed è altrettanto difficile dire a quel dottore, chiamato psicoterapeuta, che ha capito bene una cosa, ma non l’altra. Che <strong>in qualcosa ci ritroviamo… mentre in altro no</strong>. Se lo facciamo o l’abbiamo fatto riportiamo la macchina sull’unica strada proficua. Se non si riesce le conseguenze sono inevitabili e drammatiche. Si va fuori strada. E si avverte di non essersi portati a casa nulla. Nulla salvo essere più sconsolati, scoraggiati o arrabbiati di prima.</p>
<p>L’esperienza di una consulenza psicologica che non ha prodotto l’effetto sperato è drammaticamente dolorosa e nociva. E purtroppo non rara.</p>
<p>Non si prova solo frustrazione o rabbia. Ci si sente anche danneggiati. E tra i danni ci può essere anche la compromissione della possibilità futura di chiedere un parere psicologico. Ovviamente se le consulenze o le psicoterapie sono più d’una l’effetto accresce come una valanga.</p>
<p>Certamente è normale scoraggiarsi. Restare però scoraggiati è inutile. È un tombino in cui non si deve cadere o da cui bisogna fuoriuscire. Bisogna liberarsi dall’incastro. Come? Le strade sono molteplici. Qui l’attenzione andrà su una strada che è quella di tenere a mente alcune domande cruciali. Da ricordare e porsi sia durante sia al termine di un percorso psicologico concluso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3>LE DOMANDE UTILI</h3>
<p><em>Ho raccontato tutto al dottore? E l’ho spiegato bene? In modo preciso? Cosa non sono riuscito a descrivere? Oppure c’è qualcosa di cui parlo con l’amico davanti a una birra o a cui ripenso tra me e me che non è arrivato nella stanza dei colloqui? E poi… Ma me ne sono accorto? E ancora… L’’ho detto anche a lui? Ne abbiamo parlato?</em></p>
<p>E d’altro canto… <em>C’è qualcosa che il dottore mi ha detto ma che io non sono riuscito a capire? O qualcosa in cui non mi ritrovavo? O qualcosa che non condividevo per nulla? A questo punto e ancora una volta, mi sono accorto di questi punti di distanza? Direttamente in seduta o successivamente? E gliel’ho segnalato? Ne abbiamo parlato a sufficienza?</em></p>
<p>È indispensabile avere sempre a disposizione nella mente ciò che si è provato a presentare sinteticamente in questo breve scritto. L’auspicio e la speranza sono che la voglia o il bisogno di occuparsi di ciò che angustia la vita risveglino la curiosità di capire ciò che non è andato bene in una o in ambedue le già menzionate fasi di raccolta e connessione dei dati.</p>
<p>È questa la via. Tornare a ragionare sul lavoro compiuto. Sui percorsi iniziati, su quelli interrotti o su quelli mai intrapresi. E tutto ciò per percorrere uno diverso.</p>
<p>Diverso nel tragitto. E diverso nella conclusione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di<em> Marco Caltanissetta</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra: qual è la differenza?</title>
		<link>https://www.centroclinicopsicologia.it/psicologo-psicoterapeuta-psichiatra-qual-e-la-differenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 18:35:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatra]]></category>
		<category><![CDATA[psicologo]]></category>
		<category><![CDATA[psicoterapeuta]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.centroclinicopsicologia.it/?p=16081</guid>

					<description><![CDATA[<p>”Il dottore mi ha mandato da lei perché ho bisogno di uno psicologo”. “Per la verità la mia professione è quella dello psichiatra”. “Ah, sa… io non ho mai capito la differenza!”. Durante i miei molti anni di lavoro mi è capitato spesso di avere dialoghi di questo tipo! È difficile infatti per i non&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>”Il dottore mi ha mandato da lei perché ho bisogno di uno psicologo”. </em></p>
<p><em>“Per la verità la mia professione è quella dello psichiatra”. </em></p>
<p><em>“Ah, sa… io non ho mai capito la differenza!”. </em></p>
<p>Durante i miei molti anni di lavoro mi è capitato spesso di avere dialoghi di questo tipo!</p>
<p>È difficile infatti per i non addetti ai lavori avere le idee chiare su <strong>chi è e cosa fa</strong> <strong>lo psicologo, lo psicoterapeuta e lo psichiatra</strong>.</p>
<p>Erroneamente, per una scarsa informazione, queste tre professioni, molto diverse tra loro, sono considerate sinonimi, come se andare da un professionista o l’altro fosse lo stesso. Non è così !</p>
<p>Da qui, la mia idea di spiegare a voi lettori, le differenze fondamentali del lavoro di questi tre specialisti.</p>
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<h3>LO PSICOLOGO</h3>
<p><strong>Lo Psicologo</strong> è laureato in psicologia, laurea istituita agli inizi degli anni ’80 in alcune città italiane. In precedenza, non esistendo la facoltà specifica, si poteva diventare psicologo conseguendo un’altra laurea (come medicina, lettere o filosofia) ed effettuando poi tre anni di specializzazione in psicologia. Ovviamente, oggi, non sono più in tanti ad aver percorso questa seconda strada ed essere ancora in attività. Nel frattempo la facoltà di psicologia ha preso piede in quasi tutte le città italiane.</p>
<p>Attualmente la figura dello psicologo è inserita in diversi contesti, non necessariamente clinici o di cura. Anzi.</p>
<p>Abbiamo psicologi nelle aziende per la <strong>selezione e la formazione del personale</strong>. Nelle scuole per l’<strong>orientamento</strong>, o con gli <strong>sportelli d’ascolto</strong>. Nelle <strong>ricerche di mercato</strong>. Sul territorio con i <strong>programmi d’ intervento e di prevenzione</strong>.</p>
<p>Cosa fondamentale da sapere è che <strong>l’essere psicologo non dà diritto a fare psicoterapia. Fate attenzione!</strong></p>
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<h3>LO PSICOTERAPEUTA</h3>
<p>Lo psicoterapeuta è un professionista che, <strong>dopo la laurea</strong> in psicologia o in medicina, prosegue la formazione con una <strong>specializzazione di quattro anni</strong> che comprende un <strong>tirocinio </strong>e in cui è caldamente consigliato, se non obbligatorio, un percorso personale di psicoterapia.</p>
<p>Le scuole di specialità in psicoterapia sono tante e si affidano a tecniche e orientamenti teorici anche molto diversi tra loro.</p>
<p>Con Freud, il padre della psicoanalisi, si è aperto il mondo della cura attraverso la parola, che in oltre 100 anni di storia è andato sempre di più evolvendosi. Le teorie freudiane sono state modificate e rimaneggiate dai suoi successori dando vita a nuove formulazioni teoriche e approcci terapeutici più contemporanei.</p>
<p>Lo psicoterapeuta quindi fa la <a href="http://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/psicodiagnosi/">diagnosi,</a> fa <a href="http://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/consultazione-psicologica/">consultazioni psicologiche</a> e ovviamente fa la <a href="http://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/psicoterapia-individuale/">psicoterapia.</a></p>
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<h3>LO PSICHIATRA</h3>
<p>Lo <strong>psichiatra</strong> è laureato in medicina e in seguito specializzato in psichiatria, scuola di quattro anni con tirocinio annesso.</p>
<p>Essendo un medico, offre una  <a href="http://www.centroclinicopsicologia.it/prestazioni/consulenza-psichiatrica/">consulenza psichiatrica</a> e <strong>può utilizzare i farmaci</strong> nella cura degli stati di malessere psicologico e dopo ulteriori specializzazioni o master, <strong>può lavorare anche come psicoterapeuta</strong>.</p>
<p>Tali professionalità non sono in contraddizione tra loro, ma spesso sinergiche, pur se non necessariamente associate.</p>
<p>In alcuni casi, infatti, abbinare la farmacoterapia alla psicoterapia è utile, o in certi casi indispensabile, per ridurre più velocemente la sintomatologia acuta, sedare l’angoscia o le emozioni poco controllabili. Questo permette alla persona una maggiore tranquillità e libertà di pensiero per poter affrontare la psicoterapia.</p>
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<p>di <em>Manuela Colombo</em></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it/psicologo-psicoterapeuta-psichiatra-qual-e-la-differenza/">Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra: qual è la differenza?</a> proviene da <a href="https://www.centroclinicopsicologia.it">Centro clinico psicologia</a>.</p>
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