UNA SALETTA. IL TEMPO NON È UN DETTAGLIO. E LA PAZIENZA NON È ASPETTARE.
In psicoterapia il tempo non è solo una durata: è uno spazio in cui qualcosa può accadere.
Mostra fotografica.
Fotografie in bianco e nero.
Volti, mani, sguardi.
Quelle immagini che non hanno bisogno di spiegazioni, ma che qualcosa lo lasciano comunque.
Scorrono una dopo l’altra.
Ci si muove.
Si osserva.
Si va avanti.
Fino in fondo, come spesso succede.
Poi, quasi fuori percorso, una saletta laterale, piccola, discreta. Di quelle che si possono saltare senza sentirsi in colpa.
Dentro, un video.
Si potrebbe tirare dritto, anzi, normalmente si tira dritto.
E invece no. Mi fermo.
Non per chissà quale intuizione.Più probabilmente per una forma minima di pazienza.
O forse solo perché, per un attimo, la fretta si è distratta.
E quel tempo – pochi minuti – si rivela tutt’altro che inutile.
Fermata fortuita e fortunata.
La mostra è “La cura dell’Alzheimer e l’esperienza di Sacra Famiglia”.
Nel video c’è una frase semplice.
La relazione e l’incontro richiedono un tempo – che è lo spazio – e la pazienza – che è il modo.
Semplice. Ma tutt’altro che scontata.
IL TEMPO
Quando si parla di terapia, il tempo viene spesso trattato come un dettaglio tecnico.
La durata della seduta.
L’intervallo tra un incontro e l’altro.
La durata della terapia.
Ma non è lì il punto. Il tempo non è solo una quantità o una misura. È uno spazio.
O, forse meglio, è il modo in cui uno spazio si rende disponibile.
Uno spazio che non è fisico, ma che paziente e terapeuta costruiscono e che rende possibile la costruzione.
Una sorta di estensione in cui qualcosa può prendere forma senza essere immediatamente chiuso, definito, risolto.
Senza tempo si resta in superficie. Si parla, si risponde, si reagisce.
Con il tempo, invece, si apre un luogo diverso: uno spazio in cui è possibile sostare, tornare, lasciare che le cose restino anche non completamente comprese.
Non è solo il parlare che cura.
È il tempo in cui qualcosa può essere detto senza essere subito sistemato.
Un ulivo non cresce perché qualcuno lo sollecita. E non cresce solo grazie ad acqua e luce. Cresce anche di notte e quando non si annaffia.
Cresce nel tempo.
Cresce alternando fasi: momenti di espansione, di accrescimento, e momenti di apparente quiete.
Anche lo sviluppo umano segue questa logica: non è lineare, ma fatto di passaggi, di salti e di quiescenze.
Fasi in cui qualcosa cambia, e fasi in cui sembra non accadere nulla — ma in realtà si sta preparando il passaggio successivo.
Nello sport è uguale. Il problema è che facciamo fatica a tollerarlo.
LA PAZIENZA
La parola pazienza è una di quelle che sembrano chiare… finché non si prova a usarle davvero. Perché, appena serve, diventa difficile.
Deriva dal latino patientia, derivato di patiens, paziente: sopportare, sostenere, portare.
Già qui qualcosa si capisce.Non ha nulla a che fare con lo stare fermi e basta.
Ha a che fare con il restare, con il tenere, con il non scappare quando qualcosa non è immediatamente risolvibile.
Come scrive Joyce Meyer: “La pazienza non è la capacità di aspettare, ma la capacità di mantenere un buon atteggiamento mentre si aspetta.”
Tradotto in modo meno elegante: non è il tempo che passa, è come ci stai dentro.
E spesso ci si sta male.Perché la pazienza è un lavoro attivo e a tratti faticoso.
Lo sanno bene i genitori, ancora di più i genitori di adolescenti.
Ci sono momenti in cui la pazienza non è un concetto, è quasi un esercizio muscolare.
Tenere a bada l’impulso, la pancia, la voglia di intervenire subito.
Non reagire all’ultima trovata – magari “geniale” – del figlio.
Non partire per primi; restare e aspettare quel mezzo secondo in più che spesso cambia tutto.
È lì che si apre uno spazio.
UNA COSA CONTROINTUITIVA
Il punto è che tutto questo va contro quello a cui siamo abituati:velocità, risposte immediate, soluzioni.
Anche in terapia: “quanto ci vuole?”,“quando passa?”, “cosa devo fare?”
Ma la mente non funziona così. Daniel Kahneman, psicologo e premio Nobel per l’economia, ha descritto come il nostro modo di pensare non sia unico: esiste un funzionamento rapido, automatico, intuitivo, e un funzionamento più lento, riflessivo, che richiede tempo ed energia.
Il primo è immediato.
Il secondo è quello che permette di rielaborare davvero l’esperienza.
Forzare i tempi, spesso, significa restare nel primo.
QUANDO, FORSE, NON SUCCEDE NULLA
Ci sono momenti, in terapia, in cui sembra che non succeda niente.
Le cose girano.
Tornano.
Non si sbloccano.
Ed è proprio lì che molti si innervosiscono.
E invece, a volte, è esattamente lì che sta succedendo qualcosa.
Non visibile. Non immediato.Ma reale.
Nel nostro lavoro il tempo non è un riempitivo. È una condizione.
E la pazienza non è una virtù accessoria. È il modo.
È il modo in cui qualcosa, lentamente, trova spazio.
Come ricorda Il piccolo principe:
“È il tempo che hai perso per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante.”
Chissà quante salette avrò perso e quante salette rischiamo di perdere andando di corsa.
Centro Clinico di Psicologia Caltanissetta Buratti






